Attendere prego...
Forza Italia Il Popolo della Libertà

Proposte

Interpellanza urgente su flop privatizzazione Fincantieri, risposta e replica

 Pubblicato il 24/07/2014

22 luglio 2014
 
 
INTERPELLANZA A RISPOSTA URGENTE
 
 
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell’economia e delle finanze, per sapere - premesso che:
  
-        la società italiana Fincantieri è uno dei più importanti complessi cantieristici navali d'Europa e del mondo, attiva nella progettazione e costruzione di navi mercantili e militari controllata da Fintecna, società finanziaria italiana, a sua volta controllata dal Ministero interpellato attraverso la Cassa depositi e prestiti;
-        lo scorso 13 giugno, secondo quanto risulta dal prospetto informativo approvato della Consob, che ha indicato il valore dell’offerta delle azioni Fincantieri finalizzate alla quotazione in Borsa, che prevedeva la vendita di 740 milioni di azioni ad un prezzo compreso tra 0,78 e 1 euro, è stato stabilito che dei medesimi titoli azionari, 104 milioni dovevano essere venduti dall’azionista Fintecna, mentre i restanti 600 milioni, a titolo di aumento di capitale, ovvero risorse che gli investitori avrebbero versato nelle casse della società per rafforzare il patrimonio e la capacità di investimento;
-        dei 704 milioni di titoli messi sul mercato, le condizioni inizialmente stabilite prevedevano in particolare, che 141 milioni sarebbero dovuti essere destinati al pubblico dei risparmiatori (ovvero retail vendita al dettaglio), mentre 563 milioni sarebbero invece dovuti essere offerti agli investitori istituzionali, ovvero istituti bancari di grande rilevanza, società di gestione di fondi d’investimento, società assicurative e holding finanziarie;
-        gli interpellanti segnalano che all’interno del prospetto informativo di Fincantieri, che solitamente non viene approfondito in maniera dettagliata dai risparmiatori, era riportata anche l’eventualità di rendere effettiva la clausola del claw-back, ovvero la condizione contrattuale che prevede la possibilità di chiedere la restituzione di tutto o in parte dei compensi erogati, sulla base di risultati che si sono rivelati non duraturi o effettivi per effetto di condotte dolose o gravemente colpose;
-        si tratta sostanzialmente di meccanismi contrattuali pressoché sconosciuti in Italia, che prevedono la possibile restituzione, anche parziale, di compensi già corrisposti dalle aziende al proprio management come parte variabile della compensation;
-        il 16 giugno scorso, una serie di istituti bancari incaricati di collocare i titoli azionari, fra i quali: Intesa Sanpaolo e Unicredit, che sono risultati essere fra i principali collocatori, hanno iniziato a piazzare i titoli Fincantieri, nell’ambito dell’operazione di quotazione della società a Piazza Affari;
-        nel corso della chiusura dell’offerta pubblica avvenuta lo scorso 27 giugno, è emerso che dei 563 milioni che dovevano essere rivolti al collocamento istituzionale, come peraltro riportato all’interno del prospetto informativo, in realtà sono stati acquistati dagli investitori soltanto una dozzina di milioni;
-        in termini più espliciti, l’esito finale della collocazione dei titoli di Fincantieri da parte degli istituti bancari delegati all’operazione, ha rilevato come i medesimi soggetti creditizi, hanno nella sostanza venduto la cinquantesima parte di quanto la Cassa Depositi e Prestiti ha affidato nei loro riguardi per il collocamento dei titoli azionari, e al contempo, gli investitori istituzionali italiani hanno  comprato soltanto circa 30 di milioni di azioni, ovvero un ventesimo della quota offerta;
-        la sottoscrizione e la vendita delle azioni, in considerazione di quanto suesposto, si è pertanto rivelata estremamente deludente, sia per la coincidenza con le altre operazioni di collocazione sul mercato e aumento di capitale, che in particolare sulle modalità con cui l’operazione di offerta titoli è stata condotta, che a giudizio degli interpellanti, (a cui si è evidentemente affiancato anche lo stesso parere dei più rilevanti investitori istituzionali di gestione dei fondi d’investimento, che hanno dimostrato uno scarso interesse) si è rivelata confusa e dannosa per i risparmiatori italiani;
-        gli interpellanti evidenziano altresì, come nonostante gli ingenti investimenti finanziari di propaganda pubblicitaria sui principali quotidiani e sulle maggiori reti di comunicazione televisiva, (la cui campagna mediatica culminata con la gigantesca prua appesa al palazzo della Borsa milanese al costo di 600mila euro per otto ore secondo quanto riportano alcuni quotidiani) l’impianto tecnico-organizzativo predisposto dall’advisor finanziario (ovvero la società di consulenza) Rothschild, riferito alle condizioni predisposte per la quotazione a Piazza Affari, sia stato nel complesso negativo e insoddisfacente;
-        a giudizio degli interpellanti infatti, le procedure per il collocamento in Borsa delle azioni Fincantieri, non hanno salvaguardato in maniera adeguata i piccoli risparmiatori, orientandosi invece in favore dei più “rassicuranti” investitori istituzionali, i quali in realtà si sono dimostrati in seguito, tutt’altro che confortanti e affidabili, come dimostrato dalla diffidenza riferita a conclusione dell’operazione finanziaria;
-        la società Fincantieri ha seguito dell’insuccesso riscosso sul mercato, ha infatti tagliato di un terzo l’offerta delle azioni prevista con l’IPO (offerta pubblica iniziale), nel tentativo di rimediare allo scarso appeal che le azioni hanno avuto tra gli investitori istituzionali, cancellando l’offerta di azioni messe sul mercato attraverso Cassa depositi e prestiti (che attraverso Fintecna controlla Fincantieri con il 99,3%) e rivedendo pertanto al ribasso la quotazione della società dei cantieri navali, con il collocamento dei titoli passato da 704 a 450 milioni di azioni ed il prezzo fissato al minimo della forchetta a 0,78 euro;
-        quanto suesposto ha di fatto determinato un ribaltamento delle proporzioni con la quota riservata al retail che passa dal 20% all’89%, spostando al contempo il collocamento dai più “rassicuranti” risparmiatori istituzionali ai risparmiatori privati, con un esito ancora poco chiaro e comunque non particolarmente incoraggiante;
-        un simile cambiamento, a giudizio degli interpellanti s’interpreta, soltanto in considerazione del sostanziale fallimento del collocamento dei titoli azionari di Fincantieri, presso gli investitori istituzionali i quali hanno evidentemente accolto con freddezza l’intera operazione finanziaria in Borsa, che ha successivamente indotto la società interessata Fincantieri a ridurre di circa un terzo l’ammontare delle azioni in collocamento sul mercato attraverso la  Fintecna;
-        la suddetta vicenda, a giudizio degli interpellanti, delinea l’opinione che l’operazione del collocamento in Borsa dei titoli azionari di Fincantieri, che come suesposto, evidenzia consistenti dubbi e perplessità connessi all’intera iniziativa finanziaria e borsistica, alimenta la convinzione di come i mercati finanziari siano tuttora diffidenti nei confronti delle privatizzazioni italiane;
-        la prima fase del collocamento in Borsa di Fincantieri, il cui gruppo della cantieristica fa da apripista al previsto piano di privatizzazioni annunciato dal Governo ed in particolare dal Ministro interpellato, a parere degli interpellanti, ribadisce la necessità di maggiori e necessari approfondimenti preliminari da parte dei soggetti istituzionalmente preposti, nelle procedure di collocazione dei titoli azionari in Borsa delle più importanti aziende dello Stato;
-        gli interpellanti segnalano inoltre, che le recenti dichiarazioni all’Assemblea della Camera dei deputati da parte del Ministro interpellato lo scorso 17 luglio (nel corso dell’informativa urgente del Governo sul rispetto dei vincoli derivanti dal patto di stabilità e crescita alla luce delle raccomandazioni agli Stati membri dell'Unione europea approvate l'8 luglio 2014 dal Consiglio Ecofin), secondo cui il Governo si è impegnato a mettere in atto un prossimo piano di privatizzazioni, dal quale sono attesi proventi annui pari allo 0,7 per cento del PIL negli anni 2014-2017, stridono con l’effettiva realtà di quanto si è verificato con l’operazione finanziaria in precedenza esposta;
-        le stime inizialmente previste dal Governo sui maggiori introiti derivanti dalla privatizzazione della società Fincantieri, attraverso la vendita delle azioni sul mercato azionario che, come richiamato si sono rivelate inferiori, unitamente ad alcuni aspetti scarsamente trasparenti, contenuti all’interno del prospetto informativo della medesima società offerto al pubblico per l’ammissione alla quotazione nei mercati regolamentati, che hanno determinato una serie di effetti negativi sugli investitori, confermano in definitiva a parere degli interpellanti,  un quadro complessivamente preoccupante sia in ordine alle procedure di privatizzazione che nell’ambito della evoluzione dei conti pubblici italiani;
 
quali orientamenti intenda esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa;
se il Ministro interpellato attraverso i suoi rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione di Fincantieri si è informato di quanto accaduto in ordine ai deludenti risultati connessi alla quotazione dei titoli azionari sul mercato finanziario italiano; 
se siano state quantificate le spese di comunicazione intraprese da Fincantieri, nell'occasione della quotazione e se siano state poste in essere tutte le verifiche sulla congruità degli investimenti fatti anche in ragione dei ritorni economici poco favorevoli;
se inoltre a suo giudizio, siano state utilizzate tutte le procedure più trasparenti per la selezione delle banche collocatrici, degli advisor legali, finanziari, fiscali e di comunicazione e in senso più generale se siano state avviate azioni di internal audit per verificare se ancora una volta a trarre i benefici di questa tanto acclamata quanto presunta privatizzazione siano stati risparmiatori o piuttosto i maggiori istituti di credito, intermediari finanziari oppure  società di editoria strettamente legate a quegli ambienti economico-finanziari che si sono mostrate “più amichevoli” nei confronti del Governo;
quali iniziative effettive il Ministro intenda porre in essere, per quanto di sua competenza, per consentire la massima trasparenza dei costi sostenuti da Fincantieri all'atto della collocazione sul mercato finanziario, nonché quali misure intenda infine attuare nei confronti del vertice di detta società nel caso fossero accertate irregolarità nell’ambito delle procedure previste dalla collocazione dei titoli azionari sul mercato borsistico italiano.
On. Elvira Savino
On. Renato Brunetta
RISPOSTA
ROBERTO REGGI, Sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Signor Presidente, onorevole Savino, occorre premettere che dal novembre 2012 Fincantieri è controllata da Cassa depositi e prestiti per il tramite di Fintecna Spa. Nei processi di valorizzazione del patrimonio pubblico, Cassa depositi e prestiti svolge una funzione centrale, in quanto interviene con i propri investimenti per sostenere l'economia del Paese e trasformare le primarie aziende nazionali in società leader a livello mondiale.
Con riferimento al caso in questione, Cassa depositi e prestiti ha   comunicato che attraverso la quotazione in borsa di Fincantieri, avviata in data 3 luglio 2014, ha scelto di privilegiare la componente relativa all'aumento di capitale, per sostenere il rafforzamento patrimoniale dell'azienda che sta effettuando importanti investimenti, che negli ultimi due anni ha visto crescere in maniera significativa il proprio portafoglio ordini e che deve confrontarsi con un contesto competitivo globale. Per quanto riguarda le   spese connesse al processo di quotazione della società, Cassa depositi ha precisato che le stesse sono esplicitate nel prospetto informativo e risultano in linea con le spese sostenute da altre società italiane in operazioni similari. Tali spese comprendono anche le spese di comunicazione, che consentono maggiore adesione del pubblico all'offerta.
In merito alle commissioni riconosciute al consorzio di   collocamento, anch'esse sono riportate nel prospetto informativo come ammontare massimo, e anche in tal caso risultano in linea, se non inferiori, rispetto ad operazioni di dimensioni similari precedenti.
Per quanto riguarda, infine, la scelta delle banche facenti parte   del consorzio di collocamento, le stesse sono state selezionate tramite un processo trasparente e competitivo, al quale sono state invitate le principali istituzioni finanziarie operanti in Italia, sia nazionali che estere, ricevendo nel mese di gennaio 2014 diciannove offerte. Analoghi processi sono stati attuati per la selezione degli altri consulenti coinvolti a supporto dell'operazione.
Sulla questione la Commissione nazionale per le società e la borsa ha comunicato che in data 12 giugno 2014 è stato approvato un prospetto avente ad oggetto l'offerta globale di vendita e sottoscrizione di azioni ordinarie dell'emittente, incluse in un'offerta rivolta al pubblico indistinto in Italia, di cui una tranche di azioni riservate ai dipendenti Fincantieri residenti in Italia e un collocamento istituzionale rivolto agli investitori qualificati in Italia e agli investitori istituzionali all'estero. L'offerta globale, pari a massime 703.980.000 azioni era composta: dall'offerta pubblica, pari un minimo di 140.780.000, di cui massime 31.180.000 riservate ai dipendenti di Fincantieri residenti in Italia, corrispondenti al 20 per cento dell'offerta globale; da un collocamento istituzionale pari 563.200.000 azioni, corrispondenti circa all'80 per cento dell'offerta globale. In particolare, massime 103.980.000 azioni erano state poste in vendita da Fintecna e numero 600 milioni di azioni sarebbero derivate da un aumento di capitale dell'emittente. Era inoltre prevista la concessione dell'opzione di sovracollocazione per massime 105.597.000 azioni ai fini di un eventuale over allotment nell'ambito del collocamento istituzionale.
A conclusione dell'offerta globale, alla luce delle adesioni   pervenute, sia nell'ambito dell'offerta pubblica sia del collocamento istituzionale, gli offerenti hanno esercitato la clausola del clawback, assegnando 500 milioni di azioni, di cui 400.738.000 nell'ambito dell'offerta pubblica e 99.262.000 nell'ambito del collocamento istituzionale, che includono 50 milioni di azioni derivanti dall'esercizio dell'opzione di sovrallocazione. Gli offerenti hanno anche deciso di avvalersi della facoltà, descritta nel prospetto, di ridurre la quantità di titoli offerti e pertanto l'azionista e venditore ha rinunciato alla vendita delle proprie azioni. L'emittente ha ridotto il quantitativo di azioni di nuova emissione a 450 milioni di titoli. Con riferimento ai costi dell'offerta, come previsto dall'allegato 3 del 809 del 2004, che disciplina le informazioni Regolamento comunitario n. da rendere nella nota informativa sugli strumenti finanziari, ha indicato una stima delle spese totali legate alle emissione/offerta.
Infine il titolo Fincantieri nel periodo compreso tra il 3 luglio 2014, prima seduta di negoziazione delle azioni sul mercato telematico nazionale organizzata e gestita da Borsa italiana, e il 22 luglio 2014, è passato da euro 0,78, prezzo al quale le azioni sono state collocate, a euro 0,7355, con una performance del meno 5,7 per cento. Nello stesso periodo l'indice principale ha perso il 4,62 per cento. Nel periodo analizzato l'andamento dei titoli Fincantieri è stato sostanzialmente in linea con quello dell'indice principale. La preliminare analisi effettuata sulla concentrazione degli operatori aderenti all'MTA non ha evidenziato posizioni significative, ad eccezione di una presumibile attività di stabilizzazione, che peraltro costituisce una prassi abituale nelle prime sedute successive al collocamento.
REPLICA
Signor Presidente, signor sottosegretario, come prevedevo lei non mi ha detto nulla, ossia mi ha detto un po’ quello che le avevo detto io, quindi, mi ritengo assolutamente insoddisfatta.
La vicenda denunciata nella Interpellanza riguarda un caso, quello di Fincantieri, rispetto al quale il Governo non ha riportato risposte adeguate e sul quale comunque ritornerò a breve. Questa Interpellanza intende portare all'attenzione del Parlamento e del Paese il bluff di una retorica con cui la sinistra italiana ha finito per impoverire l'economia del Paese. Mi riferisco, Onorevoli colleghi, al mito delle privatizzazioni a quello che già nel periodo 1992-1994 ha visto produrre scempi come quello di Telecom su cui la magistratura non ha mai fatto la chiarezza necessaria.
Ora, ci risiamo. Dal governo di Mario Monti all'apoteosi del governo Renzi senza dimenticare la parentesi di Enrico Letta è tornato il furore privatizzante della sinistra che si muove a suo agio fra banche d'affari e speculatori vari.
E’ iniziata nel gennaio 2014 una ‘nuova ondata italiana delle privatizzazioni”?   prendendo a prestito il titolo di un libro di René Dumont degli Anni Sessanta Dumont, 1962) , occorre dire che ancora una volta L’Italie est mal partie.
Quando in questa Aula si è insediato il Governo Renzi, era lecito e doveroso chiedersi che fine stesse facendo il programma di privatizzazioni delineato lo scorso novembre dal Governo Letta.
Era un programma tutto sommato timido nei numeri ma comunque ambizioso. L'obiettivo era quello di fare entrare nelle casse dello stato tra i 10 e i 12 miliardi di euro, di cui la metà sarebbe stata destinata a ridurre lo stock di debito pubblico e l’altra metà a ricapitalizzare la Cassa depositi e prestiti.
Il governo in carica nel Documento di economia e finanza aveva indicato nello 0,7 per cento del pil il gruzzolo da ricavare dalle privatizzazioni nel triennio dal 2014 al 2017, e cioè 11 miliardi.
Non bisogna essere grandi economisti per rendersi conto che parliamo di cifre risibili se confrontate alla dimensione dello stock del nostro debito pubblico e agli impegni europei che abbiamo preso con il Fiscal Compact.
La verità, la triste verità, è che abbiamo ormai ben poco da vendere e non è detto che il mercato finanziario internazionale sia disponibile a comprarlo.
E' questo il quadro generale nel quale va ad inserirsi il flop descritto nell'Interpellanza e rispetto al quale il rappresentante del MEF non è stato capace di offrire una replica convincente.
L’obiettivo annunciato dal governo per ora non sembra a portata di mano e peraltro credo non se ne potrà non tenere conto quando il Ministro Padoan dovrà lavorare sulla stangata di fine anno che attende gli incolpevoli contribuenti italiani che si erano fidati del pifferaio Renzi.
Potrà il governo nascondere sotto il tappeto la polvere relativa alla incertezza, sui tempi e sui modi della privatizzazione più consistente, quella di Poste – quotazione in Borsa del 40 per cento delle azioni con un ricavo stimato di 4,8-5 miliardi?
Ricordo agli Onorevoli colleghi e al rappresentante del MEF che a raffreddare i facili entusiasmi è stato lo ad di Poste Italiane Francesco Caio appena nominato dal governo Renzi, che in una nota del 2 luglio ha voluto fare chiarezza sul punto.
Consentitemi di citare il comunicato stampa: "vista la dimensione e la complessità del gruppo e i tempi che sono stati necessari per altre privatizzazioni, le scadenze rappresentano una grande sfida". Precisa però che si tratta di una sfida "a cui non intendiamo sottrarci", spiegando come sia stato "creato un team dedicato al coordinamento delle molte attività da completare prima della quotazione" e sia già pronta "una prima tabella di marcia per i prossimi mesi". 
La privatizzazione riguarderebbe circa il 40% di Poste Italiane che resterebbe così sotto il controllo dello Stato, garantendo circa 4-5 miliardi di euro. Anche qui una goccia nel mare del debito pubblico (2100 miliardi di euro). D'altra parte Poste riesce a fare profitti grazie all'allontanamento progressivo dal suo core business. Vale la pena ricordare, infatti, che esercita un'attività bancaria senza dover pagare ai propri dipendenti lo stipendio dei lavoratori bancari. Gestisce inoltre per conto dello stato la raccolta dei buoni fruttiferi e dei conti correnti postali, riceve poi circa 700 milioni di euro all'anno dallo Stato per il servizio di recapito della corrispondenza in aree remote. E ottiene più della metà dei ricavi del gruppo dai servizi assicurativi.
Una volta quotata sarebbe difficile tenere lontana una sforbiciata al personale (145.000 dipendenti), specie tenendo conto dei precedenti internazionali. Royal Mail nel Regno Unito dopo una proficua privatizzazione ha subito recentemente un taglio di 1500 dipendenti su circa 150.000.
L'obiettivo di mercato corrisponde a quello politico del governo della sinistra del Blair fiorentino? Lo chiedo senza ironia. I cittadini dovrebbero saperlo.
Tuttavia, il paradosso della presunta privatizzazione di Poste Italiana è un altro. Cedendo il 40% agli investitori, Poste continuerebbe a rimanere saldamente nelle mani dello Stato, e continuerebbe a ricevere lauti contributi statali. Insomma, lo Stato manterrebbe il suo ruolo di monopolista, lasciando ai privati la possibilità di godere di questo privilegio. In cambio di cosa? Di 4-5, per i più ottimisti 8 miliardi di euro. Ossia circa 4-5 anni di utili (l'utile netto nel 2013 è stato pari ad 1 miliardo di euro). Cui prodest?
Il Ministro dell'Economia ed i suoi collaboratori possono minimizzare il rinvio annunciato da Caio ma contnuare a negare un errore strategico nella impostazione delle privatizzazioni à la carte del governo è un esercizio inutile ed ancora più dannoso.
Ecco perché il flop dell'Ipo di Fincantieri rappresenta un paradigma politicamente fondamentale. E' l'esempio plastico di tutto quello che non si dovrebbe fare ma che Renzi ha consentito si facesse, mettendoci anche lui la faccia giocando insieme al Ministro genovese Roberta Pinotti ai piccoli marinai.
"Vestivamo alla marinara" è un bel libro di Susanna Agnelli ma qui il concetto si è tradotto in scelte scellerate che da Mare Nostrum alla Legge Navale hanno tentato di gonfiare artificialmente il portafoglio di un'azienda che versa in condizioni peggiori di quelle decantate in questi mesi ma che è stata per l'appunto sostenuta dal governo di sinistra per via del suo radicamento in un'area a monopolio rosso che il giovane Presidente del Consiglio e segretario del Pd evidentemente non ha voluto rottamare.
E il governo Renzi non ha voluto rottamare neppure il vertice della società che è rappresentato da un amministratore delegato che non è certo un giovanotto figlio della Leopolda e la cui biografia professionale lo riporta alla fase non sempre gloriosa delle partecipazioni statali della Prima Repubblica. La persona che guida Fincantieri oggi è la stessa che era a guida della piccola e mal gestita Finmeccanica che a quel tempo non era affatto quel gruppo multinazionale che pur con tante contraddizioni è divenuto dopo la sua cacciata.
Il tema, vorrei essere chiara, non è la persona in quanto tale. Non abbiamo noi la stessa furia rottamatrice, peraltro a corrente alternata, del Presidente del Consiglio.
Il punto è come viene gestita un'impresa pubblica e tanto più nel momento di una operazione straordinaria come quella qui evidenziata.
Fincantieri ha dovuto ridurre la quota in vendita da 600 a 350 milioni di euro di controvalore. Avrebbe dovuto essere il progetto-pilota della nuova stagione delle privatizzazioni, ma qualcosa è andato storto perché l’azienda ha dovuto lasciare dubbi sulla capacità di distribuire dividendi nei prossimi esercizi, non ha potuto escludere la necessità di un futuro aumento di capitale, non ha dissipato le perplessità  sulla sostenibilità dei sussidi pubblici che oggi riceve.
La stessa vicenda della Legge Navale e dell'intreccio fra Fincantieri e lo Stato Maggiore della Difesa e della Marina rappresenta poi una questione che non vorremmo dovesse essere consegnata al controllo a posteriori della Magistratura.
Certo, la sinistra al governo gode di una certa.. immunità. Ma i mercati non si lasciano ingannare ed il bluff di Fincantieri è andato come è andato.
Approfitto della presenza del rappresentante del MEF, per ricordare quella può sembrare un'ovvietà ma che purtroppo, visto quel che accade, non lo è. Aziende come Fincantieri non sono di proprietà dei manager scelti dai singoli governi. La "partecipazione pubblica" è una formula che si è voluta far passare di moda ma che chiarisce, semanticamente, il fatto che si tratta di un patrimonio che è dei cittadini italiani.
I contribuenti hanno il diritto ed il dovere di pretendere che lo Stato garantisca la trasparenza dei mercati finanziari e la tutela del risparmio, a maggior ragione quando si parla di imprese a capitale pubblico.
In questo senso, la responsabilità sovrana è del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Con tutto il rispetto per i funzionari che lavorano a via XX Settembre, non si può non denunciare un deficit gravissimo di vigilanza ed indirizzo.
Su questo però la responsabilità è solo politica e non vorremmo mai che Renzi venisse a raccontarci in tv che la colpa è dei lavoratori o dei dirigenti del Ministero.
Bisogna assumersi le proprie responsabilità ed è il caso di farlo il prima possibile.
il tema delle privatizzazioni invece di essere oggetto di prpopaganda politica da parte di questo governo dovrebbe essere oggetto di una strategia condivisa in Parlamento e in questo contesto andrebbe sempre verificata la necessità di cedere interamente il nostro patrimonio industriale e quale sia la condizione migliore per farlo.
Abbiamo poco da vendere e tanto invece da proteggere, sostenere, far crescere.
Adesso, dalla stampa e non certo dalle comunicazioni del MEF al Parlamento, apprendiamo che  anche la prevista privatizzazione dell’Enav si allontana dai radar.
A quando un'Operazione Verità?
Presidente, Onorevole colleghi, consentitemi di rubare ancora pochissimi minuti per cercare di attrarre la vostra attenzione su un fatto che attiene al tema di fondo di questa Interpellanza.
Mentre noi siamo qui, in questa Aula, il Ministro dell'Economia e Finanze si trova dall'altra parte del mondo. Oggi dovrebbe essere fra Pechino e Hong Kong. Sta terminando una visita in Cina della quale poco si è parlato ma che ha una rilevanza non banale.
Questo viaggio va a suggellare un percorso, non sufficientemente trasparente e chiaro, di privatizzazione di CDP Reti, una società che era nata per proteggere le società strategiche nelle infrastrutture della rete, come Terna e Snam, proprio da casi di privatizzazione come quello che invece il governo sta perseguendo.
In tutto il mondo la tendenza è quella di separare rigidamente la competitività nell’attrarre capitali – fondamentale in un mondo con sempre meno confini – dal controllo statale delle aziende strategiche. È da valutazioni come questa che prendono forma provvedimenti come la  Golden power, non un’idea di bizzarri teorici del marxismo, ma del liberista mondo anglosassone.
La  privatizzazione parziale di Cdp Reti tocca un nodo cruciale per lo sviluppo delle economie del terzo millennio, quello dell’approvvigionamento energetico.
Un tema che non può essere liquidato senza tenere conto dei rischi connessi a una cessione in mani straniere di asset così delicati, soprattutto in una economia globalizzata, dove non esistono alleati ma solo interessi momentaneamente convergenti.
Se questo è valido in genere, tanto più vale per la Cina. La dote di CDP Reti non è stata offerta in dote ad un fondo sovrano di Pechino ma ad una società operativa, industriale. Questa ha nel suo piano industriale di conquistare le reti europei. La Cina, Paese non democratico ma da sempre punto di riferimento del comunismo internazionale che a quanto pare resiste ancora nel governo guidato dal segretario del Pd, ha trovato il cavallo di Troia per sbarcare nel vecchio continente. Grazie a chi se non all'Italia?
Se qualcuno in questa Aula o fuori volesse giocare a dipengermi come una sbiadita emula del nostro Presidente Berlusconi che avrebbe l'ossessione dei comunisti si sbaglia di grosso.
L'allarme che qui ho voluto riportare non è una mia fantasia o invettiva politica. E' l'allarme della nostra intelligence. Il Sistema della Sicurezza Nazionale italiana su questa operazione cinese di CDP Reti è stata esplicita non solo nelle relazioni che immaginiamo abbia inviato riservatamente alle autorità politiche ma anche nella Relazione pubblica consegnata in Parlamento.
E' troppo chiedere di svegliarci dal torpore?
Queste privatizzazioni sono un flop a metà fra Totò truffa come nel caso di Fincantieri o sono una seria mincaccia alla sicurezza nazionale, e dei nostri alleati se posso aggiungere a beneficio di chi vorrebbe una italiana alla guida della Politica Estera e di Sicurezza dell'Unione Europea.
Forse il Presidente del Consiglio oltre a sbandierare buoni slogan, dovrebbe dedicarsi a studiare i dossier.
Al Governo rinnoviamo quindi l'invito a rivedere il caso Fincantieri per definire il quadro delle responsabilità del flop che si è determinato a fronte dello sperpero di ingenti risorse che appartengo sì all'impresa ma in ultima istanza a tutti i contribuenti. Allo stesso modo vogliamo qui denunciare una politica di privatizzazione che è infruttuosa quando non controproducente rispetto all'interesse nazionale. L'autoritarismo più pericoloso non sta nei goffi tentativi di modificare la Costituzione ma in una strisciante ed opaca forma di dirigismo economico che considera le imprese pubbliche pezzi di un risiko di potere personale. Tutto questo, tanto più nella crisi che viviamo da troppi anni, è davvero insopportabile.